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domenica 30 novembre 2014

VITA, STORIA E ARTE VENEZIANA TRA OTTO E NOVECENTO | TOMASO FILIPPI

Il fondo Filippi, conservato presso l’Ufficio Conservatori delle Istituzioni di Ricovero e di Educazione di Venezia (IRE), è significativo per la storia dell’assistenza veneziana poiché nel 1981 l’ultima figlia vivente del fotografo, ospite per molti anni della Casa di Riposo dei Santi Giovanni e Paolo, lasciò l’archivio paterno all'IRE in segno di riconoscenza per l’ospitalità e le cure ricevute affinché venisse tutelato dall'ufficio che cura il prezioso patrimonio artistico e archivistico dello storico ente assistenziale veneziano. 
Da allora questo eccezionale patrimonio iconografico viene studiato e valorizzato attraverso mostre, pubblicazioni ed altre iniziative scientifiche e culturali, di cui la catalogazione (iniziata nel 1997 con il recupero e la schedatura delle lastre) è l’esempio più significativo.
Il fondo Tomaso Filippi, miniera di informazioni e spunti per la storia sociale ed artistica di Venezia e del territorio veneziano nel periodo 1885-1920, è uno dei più notevoli a livello nazionale, sia per la qualità delle immagini, sia per rarità e completezza, tanto da poter essere definito uno spaccato perfetto di un antico stabilimento fotografico.
Si compone infatti non soltanto di 7.693 negativi, di circa 20.000 vintage prints e di una raccolta di 3.800 cartoline, ma anche di numeroso materiale di ripresa e sviluppo ed una vasta, preziosa documentazione, che comprende cataloghi, corrispondenza, registri commerciali e di commissioni oltre a pubblicazioni specialistiche del tempo.
Tomaso Filippi (Venezia 1852–1948), dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti, entra a far parte giovanissimo dello stabilimento Naya, allora uno dei più celebri atelier d’Europa e qui – prima in qualità di tecnico-operatore e poi, per lungo tempo, di direttore – rimane fino al 1895, per aprire in proprio un negozio prima in Piazza S. Marco, poi in Piazzetta dei Leoncini.
Il fondo si può tematicamente suddividere in diverse sezioni, che comprendono le vedute (la produzione più ingente di uno stabilimento fotografico ottocentesco veneziano), i luoghi ed i monumenti di Venezia e isole, la vita quotidiana del tempo, il fotogiornalismo (la documentazione di eventi di cronaca e storia come il crollo del campanile di S. Marco, la tutela del patrimonio artistico dai bombardamenti, la scoperta dell’affresco del Guariento dietro al Paradiso del Tintoretto a Palazzo Ducale, la costruzione dell’acquedotto translagunare, le manifestazioni sportive…), la guerra, i personaggi, le attività commerciali e industriali, le riproduzioni di opere d’arte (antica e contemporanea: per molti anni Filippi è il referente dei Civici Musei, delle Regie Gallerie nonché il fotografo ufficiale delle prime edizioni dell’Esposizione Internazionale d’Arte, la futura Biennale). Egli è infatti celebre in città per stile e abilità tecnica, ed a lui si rivolgono artisti e studiosi come Berenson, Ludwig, Venturi, Molmenti, ma anche privati collezionisti per la documentazione delle loro raccolte artistiche.
Nel corso della vita realizza per se stesso straordinarie immagini, di cui la serie dedicata alla vita quotidiana dei pescatori di Chioggia e Pellestrina è l’esempio più notevole. 
In questa produzione privata, in cui anche gli studi su modelli in posa, realizzati sia in interni che in esterni, assumono oggi una valenza folkloristica per freschezza e immediatezza, danno prova di una sensibilità straordinaria. Per capacità compositiva e tensione realista, che connota a volte anche la produzione più oleografica, egli si staglia in modo decisamente moderno rispetto all’estetica del tempo.


























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domenica 27 maggio 2012

UNO SGUARDO AMERICANO

L'action painting di William Congdon a Ca' Foscari di Venezia

A Venezia, in occasione del primo centenario della nascita di William G. Congdon, uno dei maggiori anche se più trascurati protagonisti dell’Action Painting americana, a Ca’ Foscari si terrà la mostra “William Congdon a Venezia (1948-1960): uno sguardo americano” con oltre 40 opere sul lungo soggiorno dell’artista a Venezia, la città che divenne, dopo New York, il luogo d’elezione della sua ricerca espressiva.
E’ realizzata in collaborazione con la William G. Congdon Foundation di Milano-Washington e con le Assicurazioni Generali ed è curata da Giuseppe Barbieri e Silvia Burini, con il prezioso apporto di Rodolfo Balzarotti.

IL PRIMO AMORE

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Nei primi anni Cinquanta, nell’orizzonte geografico ed emotivo di Congdon emerge Venezia. Venezia lo seduce con la sua bellezza. Tra la città lagunare e il pittore scatta una sorta di relazione passionale: Venezia prima lo travolgerà con il suo fascino, poi - come un’amante esigente - lo assorbirà quasi completamente, e infine lo annoierà, lasciandolo svuotato e ansioso di cercare altro.
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Nei primi soggiorni veneziani del 1948/49 Congdon non si era messo in gioco completamente: sedotto dal fascino ornamentale della città e dalla sua sensualità mediterranea, era rimasto in superficie, ancora spettatore e non già “interprete” di Venezia.

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Wlliam Congdon, Venice 2 St. Mark's Square 1, 1950


Quando vi torna nel 1950, il suo rapporto con la città cambia. Dopo le esperienze newyorchesi e italiane, sempre più solo e vulnerabile, Congdon consegna a Venezia le domande e le ferite aperte. Providence, Bergen Belsen, New York l’hanno segnato con la macchia indelebile della corruzione e della morte. Ora lo splendore di Venezia lo abbaglia come una promessa seducente.

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La massa caotica della città nera si spezzò ora per formare un corridoio tra i due palazzi che fiancheggiavano la piazza.
La luna arancio che era sorta sopra il mio incubo di paura a New York diventò la Basilica d’oro di San Marco, alla quale ora potevo accedere.
Non più un disco vago come un pianeta lontano ma un porto in cui mi era possibile entrare.


clip_image006Wlliam Congdon, Venice Palazzo Dario, 1948

La basilica sorgeva più grande e cominciava a dominare le mie pitture di Piazza San Marco.  Incominciai a fondere polvere d’oro nei miei colori. Quest’oro sembrava respirare da dentro le mie basiliche e diventò per me, come per i mosaicisti del Medioevo, un simbolo spirituale.
Congdon allestisce a Venezia vari studi, e vi trascorre lunghissimi periodi. Piazza San Marco è il soggetto di decine di quadri. Tornare ossessivamente sugli stessi luoghi, riprodurli in modo simile ma sempre diverso, non è ripetizione:
Non si dipinge un soggetto per liberarsene, - per finirlo -  ma per sempre ricominciarlo; il vero soggetto si approfondisce, si rigenera col dipingere che lo scopre: quadro dopo quadro.

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Peggy Guggenheim afferma che le sue vedute veneziane sono le prime, dopo quelle di Turner, a interpretare la bellezza di Venezia in modo originale.
Il legame con Venezia è inversamente proporzionale a quello con la patria: negli anni Cinquanta i soggiorni negli Usa diventano sempre più brevi e quasi unicamente legati all’attività professionale. Congdon continua, tuttavia, a sentirsi artista americano in esilio culturale: infatti il suo primo destinatario resta il pubblico statunitense.

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William Congdon: Canal, Venice 1952; Kettle's Yard House, Cambridge


Dopo quattro anni di passione, anche Venezia non lo emoziona più. Nel 1951, il suo peregrinare lo conduce altrove. http://www.congdonfoundation.com/

«William Congdon è l’unico pittore, dopo Turner, che ha capito Venezia, il suo mistero, la sua poesia, la sua passione. Il suo modo d’esprimersi è moderno, la sua comprensione vecchia quanto la città stessa. Egli ha saputo cogliere l’effettiva essenza di molti secoli e fonde questa visione in un sogno così fantastico e bello che i suoi dipinti lasciano senza respiro […] Sono fatti di lava; sono lampeggianti; palpitano della vita e della passione di tutti i veneziani che da lungo tempo riposano nella loro ultima dimora […]. Congdon non appartiene a nessun gruppo di pittori. Sta a parte. Non appartiene a nessuna scuola. Nessuno ha cercato di dipingere alla sua maniera prima di lui. [...] I veneziani non vedono mai i suoi quadri…».


SCHEDA TECNICA
Titolo: WILLIAM CONGDON A VENEZIA (1948-1960): UNO SGUARDO AMERICANO
Luogo: Ca' Foscari Esposizioni, Ca' Giustinian dei vescovi - Dorsoduro 3246 - 30123 Venezia
Periodo: 5 maggio - 8 luglio 2012
Enti promotori: Università Ca' Foscari Venezia, William G. Congdon Foundation, Milano-Washington,
Con il sostegno di: Assicurazioni Generali
Orari: da lunedì alla domenica dalle 10 alle 18. Giorno di chiusura martedì
Organizzazione: Università Ca' Foscari Venezia - Fondazione Università Ca' Foscari Venezia
Curatori: Giuseppe Barbieri - Silvia Burini
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mercoledì 30 giugno 2010

L’ ARTE IRONICA DI LARRAZ

Alla galleria Contini di Venezia le opere del pittore-scultore cubano

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A Video Show in the war Room – 2009

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Insurgente – 2006

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Under my skin – 2003

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Escape into the sea of Flowers
Oil on Canvas, 76.7 x 51 in, 1998

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Imperatore – 2006 - bronzo (patina verde)

La leggerezza del «ridicule » direbbero gli illuminati francesi: il sarcasmo e l’ironia sono il mezzo con cui Larraz combatte abusi ed eccessi del potere. Immagini dai toni accesi dove i soggetti rappresentati appaiono decentrati rispetto l’osservatore, che è invitato a guardare oltre e a sorridere criticamente, insieme al pittore, dei potenti.
«La mia pittura esprime l’indignazione per gli abusi dei potenti, il loro lato grottesco e la loro egolatria. Pensano esclusivamente a loro stessi dimenticando gli altri. Non tollero le dittature di destra e di sinistra, la guerra e il militarismo, e dipingendone i simboli me ne libero. »
La mostra di Julio Larraz resterà aperta al pubblico fino al 30 settembre alla Galleria Contini di Venezia (San Marco 2675/2769, Calle dello Spezier).
Andrea M. Campo

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May First
Oil on Canvas, 54 x 69 in, 1993

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Patria
Oil on Canvas, 52 x 62 in, 1999

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Critical Moment
Oil on Canvas, 50 x 83 in, 1995

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"Diva," By Julio Larraz, oil on canvas,2004

Julio Larraz nasce ad Havana, Cuba, il 12 marzo del 1944, figlio di Julio Fernandez, un editore e Emma Larraz Sorondo che assieme gestiscono la stampa di un importante giornale quotidiano. Inizia a dipingere molto presto, soprattutto caricature. Nel 1961 i genitori lasciano Cuba con tutta la famiglia per gli Stati Uniti e si stabiliscono a Miami, Florida. Nel 1962 la famiglia si trasferisce a Washington, D.C. e infine nella città di New York dove Julio sarebbe rimasto per i seguenti cinque anni. E’ proprio lì che continua a disegnare le caricature politiche che verranno pubblicate dal New York Times, The Washington Post, The Chigago Tribune, Vogue ed altre riviste importanti.
Nel 1967, Larraz lavora a tempo pieno come artista professionista. Vari artisti newyorkesi, tra i quali Burt Silverman, hanno contribuito ad ammaestrargli tecniche diverse. Quattro anni più tardi la Pyramid Gallery di Washington, D.C. inaugura una sua prima esposizione. Nel 1972, Larraz espone alla New School for Social Research (Scuola di ricerca sociale), a New York e un anno dopo, la FAR Galleria New York presenta le opere di Larraz in una prima esibizione personale.
Nel 1976 Julio Larraz vince diversi premi dall’American Academy of Arts and Letters e dal National Institute of arts and Letters. Nello stesso anno l’Insitute of International Education gli conferisce il Cintas Grant (bosra di studio).
Larraz trasferisce la residenza a San Patricio, New Mxico nel 1977, affascinato dalla luce e dall’atmosfera sterile delle colline della Hondo valley. Qui incontra Ron Hall, gallerista del Texas, che lo rappresenterà.
Nel 1978, Larraz acquista casa a Grandview, New York. Incontra la gallerista Nohra Haime di New York con la quale lavorerà fino al 1994. Nel 1983 si trasferisce a Parigi dove rimarrà per due anni.
Julio Larraz ritorna a Miami, Florida nel 1986. Tra il 1999 e 2003, vivrà a Firenze per poi tornare a Miami, dove attualmente lavora e vive con la sua famiglia.

> http://www.continiarte.com/
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mercoledì 9 giugno 2010

FOTOGRAFIA O PITTURA (2)

Quella foto è un quadro

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Riproporre, con uno scatto, il tedio e la malinconia evocata dai pittori della fin de siècle. La sfida di due giovani creativi veneziani, che riproducono con la fotografia quadri di sapore decadentista, allestendo con cura il set fotografico nel salotto di casa

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Gli amanti (2010), rifacimento di "Paolo and Francesca", Gaetano Previati - 1887

Hanno cercato i broccati più simili, i colori più fedeli, le stoffe più adatte. E non sempre per cucire abiti della fin de siècle, ma anche per riprodurre la carta da parati dipinta da Klimt in "Music 1".
Per posare accanto a un vaso identico a quello di Herbert James Draper nel suo "Pot Pourri", invece, hanno scolpito la cartapesta e dato fiducia ai pennelli. Lo studio fotografico? Il salotto di casa.

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Music (2010)
rifacimento di "Music I", Gustav Klimt - 1895

Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto sono gli unici due autori di "The Essence of Decadence": diciotto remake fotografici di capolavori pittorici della fin de siècle. Tania si è immedesimata nelle modelle di Schiele per entrare, subito dopo, nel mistero amaro delle donne di Klimt. Lazlo l'ha fotografata fra lenzuola, sedie, letti, tavole e cuscini.

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Young Dacadent (2009), rifacimento di "Young Decadent (After the Ball), Ramon Casas – 1899

La mostra è stata inaugurata sabato 29 maggio a Venezia dall'associazione culturale Il Concilio Europeo dell'Arte nel suo spazio espositivo "In Paradiso", davanti ai Giardini della Biennale.

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The Black Hat (2010), rifacimento di "The Black Hat", Gustav Klimt – 1910

"Siamo arrivati all'ultimo scatto dopo un anno e mezzo di lavoro - raccontano Tania e Lazlo - per trovare alcune stoffe abbiamo girato mezza Italia. "E l'hanno fatto fra un esame e l'altro perché i due veneziani, 24 anni lei e 25 lui, sono studenti universitari: Tania frequenta l'Accademia di Belle Arti e Lazlo Arti Visive allo Iuav. Insieme, hanno messo in piedi centinaia di set fai da te sempre pronti a essere stravolti: "Ci sono volute molte prove prima di fermare la posa giusta", raccontano.
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With Face Hidden (2009), rifacimento di "Frontal Seated Female, with Face Hidden", Gustav Klimt – 1908

Dietro a ogni immagine ci sono pazienti ricerche: dagli studi sulla luce dei dipinti da riprodurre nella fotografia a quelli sui tessuti, le acconciature, le espressioni delle donne dipinte dai Decadentisti.
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Nuda Veritas (2010, rifacimento di "Nuda Veritas", Klimt – 1899

"Abbiamo pensato che il Decadentismo fosse il periodo adatto da reinterpretare perché rispecchia l'epoca di crisi culturale e politica in cui viviamo oggi - spiegano gli autori - Il nostro obiettivo è quello di riproporre, con la fotografia, quella sensazione di tedio e malinconia evocata dagli artisti della fin de siècle." The Essence of Decadence fa ricordare celebri tele e riscoprire opere meno note, di godere di spiriti e tempi sovente trascurati. Si visita fino 29 giugno.
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Pot Pourri (2010), rifacimento di "Pot Pourri", Herbert James Draper - 1897

In Paradiso Gallery
Giardini della Biennale, Castello 1260, Venezia
tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18
Ingresso gratuito
Foto di Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto
Silvia Zanardi
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giovedì 3 giugno 2010

GLI SPLENDIDI BOZZETTI DI SEBASTIANO RICCI A VENEZIA

La mostra in corso al Centro Espositivo Fondazione Giorgio Cini sull'isola di San Giorgio Maggiore a Venezia è un aperto omaggio all'arte di Sebastiano Ricci. Come spiega nell'utile audioguida (caldamente consigliata) il professor Giuseppe Pavanello, le opere esposte non sono state selezionate con l'intento di rappresentare una carrellata sulla carriera del pittore, quanto piuttosto suggerire delle problematiche di studio e avanzare delle risposte.

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Sebastiano Ricci
Venere e Adone (part.) (1707 circa)
Orléans, Musée des Beaux-Arts
70x40 cm; olio su tela
(bozzetto preparatorio per l’affresco di Palazzo Pitti)
La ricerca è stata dunque tenuta in debito conto, al pari del godimento estetico (estatico, verrebbe da dire dopo aver visto tutti quei santi ed eroi mitologici sospesi leggeri nell'aere). Con una scelta piuttosto inusuale, al visitatore non vengono proposte le opere finali, ma i bozzetti, ovvero le prove d'artista. Va subito fugato il dubbio che si tratti di opere di secondo piano, qualitativamente inferiori rispetto agli originali. Anzi, proprio il concetto di "originale" viene significativamente ribaltato dallo stesso pittore nel caso dell'opera intitolata San Gregorio Magno implora la Vergine per la liberazione delle anime del Purgatorio. In una missiva al suo mecenate Giacomo Tassi così scrive alla fine del 1731: "sappia di più, che questo picciolo è l'originale e la tavola d'altare è la copia".

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Sebastiano Ricci
Autoritratto (1731)
45x38 cm; olio su tela
Firenze, Uffizi
Ma diamo un volto a questo pittore che aveva un debole per il formaggio e per le fanciulle. A causa del primo dimostrava evidenti problemi di linea, come rivelano il fiero autoritratto realizzato per la galleria degli Uffizi e le caricature di Anton Maria Zanetti che lo ritraggono corpulento e occhialuto. A motivo delle seconde dovette abbandonare più volte la città in cui si trovava al momento per evitare gli strascichi di relazioni amorose che gli erano "scappate di mano" (diciamo così). L'anno 1700 può essere considerato lo spartiacque tra un Ricci prima maniera e un Ricci finalmente consapevole dei propri mezzi espressivi. Ai bozzetti in cui domina il colore scuro, intriso d'ombra, subentrano opere dai colori più vivi, realizzate di getto con una maggiore libertà. L'opera Venere e Adone, raffigurante i due amanti a cavallo delle nuvole, rapiti della reciproca passione, può essere scelta come prova del definitivo cambiamento artistico. E se altrove Ricci mostra un'assoluta precisione "filologica" (come nella Resurrezione in cui Cristo esce dal sepolcro di notte, come dicono le Scritture), qui preferisce concentrarsi sul messaggio positivo, erotico, dell'unione piuttoso che sul suo esito drammatico: divinizzando la coppia ne proietta l'amore nell'eternità.

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Sebastiano Ricci
Ester e Assuero (1733)
Londra, The National Gallery
47x33 cm; olio su tela
(modelletto dell’opera omonima delle collezioni del Quirinale)
Subito dopo si apre la sala dedicata al successo su scala europea del Nostro. Vienna e Londra sono le tappe più importanti del suo tour continentale, e il mancato affidamento della realizzazione dell'affresco della cupola della cattedrale di Saint Paul non causa un contraccolpo alla diffusione della sua fama. Lo dimostrano le commissioni per le residenze di Lord Burlington e Lord Portland. Per quest'ultimo realizza un battesimo di Gesù il cui bozzetto - un vero capolavoro - dimostra al meglio la qualità e la scioltezza di tocco dell'artista. L'episodio evangelico viene presentato come uno spettacolo teatrale, a cui assiste e partecipa una piccola folla.
In un altro bozzetto di tema sacro, la Cena in casa di Simone, Ricci rende omaggio a Paolo Veronese, indiscusso maestro del colore. La sontuosità di costumi e suppellettili e la resa spettacolare dei colori manifestano la volontà di presentarsi come il Veronese del Settecento.
A questo punto del percorso espositivo ci si imbatte in alcune sculture di Gian Maria Morlaiter, considerato il "Ricci" di questa forma d'espressione artistica. Morlaiter ha saputo infatti riprodurre con la terracotta la stessa scioltezza e leggerezza che Ricci ha messo nei suoi dipinti. Ma in mostra sono presenti anche gli allievi del Nostro, come Diziani e Fontebasso (è molto bello il bozzetto raffigurante il banchetto di Cleopatra, un'opera purtroppo andata perduta) e i rivali con i quali Ricci dovette confrontarsi. Tra loro spicca il Tiepolo, "pittore della luce" e creatori di colori ammalianti. Per tenere il campo, Ricci puntò sul virtuosismo tecnico, consapevole di non poter gareggiare nel campo della creatività con l'astro emergente della pittura veneziana. Il Piazzetta, da vero artista meditativo, rifiutava invece la ricchezza del colore, ritenendola fonte di distrazione per l'osservatore. Ed è interessante notare che in mostra è presente anche un bozzetto monocromo, a testimoniare la "moda" invalsa tra i collezionisti di inserire nelle proprie gallerie opere di questo tipo come momenti di pausa per gli occhi. I nostri, invece, non si sono stancati di ammirare i bozzetti di Sebastiano Ricci, pittore del colore con un debole per formaggi e fanciulle.

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Sebastiano Ricci
Assunzione della Vergine (1733-1734)
Budapest, Museo di Belle Arti
95x51,5 cm; olio su tela
(bozzetto per la grande pala della Karlskirche di Vienna)
PS: attenzione agli orari: la mostra apre infatti piuttosto tardi, alle ore 11.00.
Saul Stucchi
Sebastiano Ricci. Il trionfo dell’invenzione nel Settecento veneziano
Sino all'11 luglio 2010
Orari: 11.00-19.00, chiuso il martedì
Centro Espositivo Fondazione Giorgio Cini
Isola di San Giorgio Maggiore
Venezia
Informazioni:
Istituto di Storia dell'Arte
Fondazione Giorgio Cini onlus
Tel. 041.2710230
http://www.cini.it/
Fonte
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sabato 2 maggio 2009

CHOLLA


Cholla (pronuncia "Ciògla"), figlio di un Mustang e di una Quarterhorse, è un cavallo, e dipinge spontaneamente e senza ammaestramento tenendo il pennello tra i denti e raccogliendo il colore da sé. Cholla è semiselvaggio, vive in un ranch del Nevada; la sua attitudine è stata scoperta per caso e viene studiata da etologi e critici d'arte; le sue "opere" (acquerelli astratti) - che destano curiosità ed interesse da parte di critici e appassionati d'arte e non solo - sono in mostra a Venezia in esclusiva dal 24 Aprile al 15 Giugno alla galleria d'arte Giudecca 795 (Fondamenta San Biagio 795, a pochi metri dall'hotel Molino Stucky Hilton, tra i partner dell'iniziativa). Nell'ottobre scorso un'opera di Cholla fu premiata con la menzione speciale della Giuria del premio di pittura Arte Laguna (Mogliano Veneto). I dipinti di Cholla sono stati esposti negli Usa, e Venezia è la prima delle sue mostre internazionali. Lui non ci sarà: trasportare un cavallo così grande per qualche "esibizione" sarebbe rischioso, inutile e poco etico; questa la decisione della proprietaria Renee Chambers (ballerina classica) e dei galleristi.In mostra a Venezia ci saranno però i video di Cholla mentre dipinge, oltre a 30 acquerelli originali eseguiti tra il 2004 (anno degli esordi "artistici" del cavallo) ed il 2009, oltre a stampe giclée in vendita e al suo primo catalogo. La mostra veneziana fa seguito alla "preview" del 3-5 Aprile scorsi al palazzo dei Congressi di Roma Eur (ad Art-O') con grande successo di pubblico, e di critica - è il caso di dirlo. L'artistica "provocazione a briglie sciolte", come è stata definita da Simona Antonucci, spazia con ironia dal richiamo all'action painting ad interventi dissacranti del recente passato.Una cosa è certa secondo il noto etologo Danilo Mainardi: Cholla mostra intenzionalità e consapevolezza, "dipinge perché lo vuole fare, in tutta libertà", prendendo da solo il colore, senza masticare né rompere il pennello; a volte è necessario aiutarlo quando il pennello scivola per la salivazione. Dice Mainardi: "Cholla è un cavallo bellissimo e ben trattato. Il suo comprtamento non è una cosa da poco, credetemi: sembra indicare consapevolezza e intenzionalità, perché il cavallo agisce senza essere minimamente costretto. Lo fa perché - almeno così sembra - lo vuole fare. Cholla non si comporta come un cavallo ammaestrato, e così anche sostiene la sua proprietaria. Probabilmente ha iniziato a fare quel che fa per gioco. Cholla, soprattutto a paragone di tanti altri cavalli mal trattati, può venir considerato a suo modo un cavallo felice. E questo, per me almeno, è importante. Il suo caso potrebbe perfino essere analogo a quello degli scimpanzè pittori".

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