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La mostra è curata da Maria Masau Dan, Direttore dei Revoltella, con la collaborazione di studiosi ed esperti italiani e francesi. La definirono "splendida diavolessa", per Marx Ernst era "la Furia italiana di Parigi". Lei, Leonor Fini, bellissima, cosmopolita, gran sacerdotessa delle feste pagane di una Parigi ancora capitale culturale d'Europa, affascinava il mondo con la sua personalità e la sua pittura. Erano opere di un simbolismo tutto suo, popolate di donne-gatto, sfingi, giochi di specchi e di doppi, femmine dominanti e maschi quasi assessuati. Dipinti che per Jean Cocteau erano l'espressione di un "realismo irreale" o di un "soprannaturale che era per lei reale". Per Ives Bonnefoy, che come Cocteau la conobbe bene, quella di Leonor era una "pittura ai limiti del nostro mondo".Lei, bella e dannata, dominò, affascinò Dalì, Man Ray, Giacometti, Magritte, Ernst, Paul Eluard, George Bataille; il bel mondo faceva la fila per un suo ritratto, per anni vendette molto più di Picasso. Dopo Parigi conquistò New York, pronuba Peggy Guggenheim, memorabile la sua mostra al MOMA. L'attendeva un rientro trionfale. Alla "sacerdotessa nera" Gabriel Poumerand dedicò persino un film: "Leggenda crudele".
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Negli anni della guerra, visse a Roma, città che amò ma che dovette sembrarle un po' provinciale rispetto alle grandi capitali del mondo. Qui frequentò Moravia, Fellini, Mario Praz, Fabrizio Clerici, la Morante e fece ritratti celebri come quelli di Alida Valli e della Magnani. Poi ancora Parigi, icona d'un tempo che era stato, e l'allargarsi dei suoi interessi alle arti applicate, alla fotografia, all'illustrazione di testi che le furono cari, dall'amatissimo Divin Marchese e ad Allan Poe, ai suoi amici scrittori e poeti. Scrive (ed illustra) lei stessa dei libri e altri li scrivono su di lei. E poi le scenografie: Balanchine, Camus, Genet e Giorgio Strehler.
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Ma anche le arti applicate, le maschere (da gatto, naturalmente), i profumi, i vini. Sempre coltivando con accanimento il suo mito e una bellezza per cui sapeva usare magiche posizioni ma anche l'arte della chirurgia estetica. Vivendo con i suoi innumerevoli gatti ma continuando ad amare solo gli uomini-cane che, obbedienti e festosi, accorrevano ai suoi comandi. Uomini dominati da una bellezza forte e inquietante, tramandata da uno dei più sensuali nudi di Henry Cartier Bresson, ma anche da una vitalità che sembrava non accettare limiti. Si racconta che mentre dipingeva i suoi quadri "fatti di vertigine" si contorcesse emettendo urla liberatorie. Dentro intanto covava una melanconia profonda, il corteggiamento della morte, come annotò Jean Genet, in un "teatro tragico" che lei indagò anche con la psicanalisi. Non è forse un caso se, dodicenne, abbia avvertito l'impulso di passare ore nella sala d'esposizione dell'obitorio di Trieste, affascinata dai morti "sontuosamente vestiti". "Più tardi - è lei stessa a raccontarlo - smisi di osservare i morti, ma continuai sempre ad ammirare la perfezione degli scheletri". A Trieste Leonor era arrivata piccolissima da Buenos Aires, partatavi da una madre della borghesia mitteleuropea in fuga dal marito e da un matrimonio inutilmente riparatore. Qui visse il cosmopolitismo di una città culturalmente vivissima frequentando Joyce, Saba e Svevo, cui dedicò un intenso ritratto, ma anche gli artisti locali, sempre insofferente delle convenzioni ed affascinata dal nuovo, fossero anche le teorie freudiane che allora arrivavano dalla parte orientale dell'ex Impero.
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