giovedì 23 ottobre 2014

MARCO AFFANNI (PHANGO) | PHOTOGRAPHER

Dopo il diploma in fotografia e comunicazione visiva inizia ad occuparsi di fotogiornalismo e fotoreportage, collaborando a livello nazionale ed internazionale con organizzazioni non governative ed aziende impegnate nel sociale. Negli anni matura sia umanamente che professionalmente, cresce la sua competenza nel settore e i risultati raggiunti rappresentano il continuo stimolo a voler percorrere fino in fondo la strada intrapresa, capace di sposare l’arte fotografica all’impegno sociale.
“Phango è l’acronimo di Photography and NGO, ma l’origine di questo nome è più profonda perché si allaccia all’esperienza del mio primo viaggio in Africa, durante il quale rimasi colpito da molti aspetti, come la gioia negli occhi dei bambini…dall’acqua e dalla terra…”
“Quello che vorrei si evincesse dai miei servizi è la volontà di far rilucere i colori che rischiano di spegnersi nella lontananza di mondi differenti. I nostri occhi purtroppo sono poco abituati a certe tonalità calde del sentimento…sono appunto percezioni e situazioni semplici quelle che mi hanno colpito, ad esempio quando piove e l’acqua gocciolando cade, mentre la terra al suo tocco imbrunisce, provoca l’eccitamento del gioco nei bambini, perché potranno costruire i loro giocattoli usando il fango…e poi si scopre il bianco dei sorrisi divertiti di chi li osserva e si alzano gli occhi nell’azzurro del cielo che respira di sollievo…è unico, speciale ogni breve momento di spensieratezza in questi posti.”
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After having graduated in photography and communication, Marco began working in the field of photojournalism and photoreportage essays in social and non-governmental organizations both nationally and internationally. Aside from maturing both humanly and professionally throughout the years, Marco has also grown in expertise in his field giving him the conviction and stimulus to continue in his path, embracing the art of photography to that of social commitment.
“Phango stands for Photography and NGO, but the origin of the name is more profound because it is linked to the experience of my first trip to Africa during which I was struck by many aspects, such as joyin the eyesof children…water and land…”
[Phango is the assonance of fango that means mud in Italian]
What I would like to display through my work is the desire to make colors shine and simultaneously disappear into the distance. Unfortunately, our eyes are not used to certain shades and hues of warmth which are precisely those that had struck me – while trickling rainwaters fall, the soil beneath darkens with very drop inviting the children to play and construct toys with the mud. These events are priceless because they display excitement through the children’s eyes and you, observer, look towards the blue sky and breathe a sigh of relief…special worry-free moments.





















All images  © Phango



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martedì 21 ottobre 2014

RICHARD DUMAS | PHOTOGRAPHER


Richard Dumas is represented by Gallery VU'

Richard Dumas is not a portraitist, but a photographer. In contrast with another photographer named Richard (Avedon, to be exact), Dumas is not a socialite or a star because he shoots celebrities or fashion photographer. This distinction is not intended to tarnish this celebrated photographer's essential role but to better understand Dumas's personal talents.
 

He is immediately recognizable by his somewhat dandy-like elegance and his intuition for strong and restrained contrasts. His pictures seem to be out of time, transforming them into icons through the mystery of his square or rectangular compositions, which holds unexpectantly the vibrations of light. Richard Dumas' refined photography is nourished by literature, Portuguese cinema, and a rich variety of music ranging from jazz to rock.
  
agencevu

Richard Dumas non è solo un ritrattista, ma un fotografo immediatamente riconoscibile per la sua eleganza un po’ dandy e la sua predilezione per i forti contrasti. Le sue immagini, collocate fuori dal tempo, sono capaci di divenire icone avvolte da un alone mistero che scaturisce attraverso vibrazioni inaspettate di luce. Questa fotografia raffinata si nutre di letteratura, cinema portoghese e un soffio di musica che spazia dal jazz al rock.  designplayground

























All images © Richard Dumas
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domenica 19 ottobre 2014

IGOR MITORAJ | ART

Tagliava, spezzava, disarticolava, insomma faceva a brandelli le statue classiche, da sempre principale fonte iconografica dell'antica Grecia. Chi si permetteva di fare questo? Era Igor Mitoraj, nato nel 1944, che iniziò a studiare pittura a Cracovia sotto la guida di Tadeusz Kantor - il grande pittore, scenografo e regista teatrale polacco - proseguendo poi gli studi a Parigi nel 1968, dove scoprì il fascino delle antiche culture americane e, proprio per conoscerle direttamente, si trasferìper un anno in Messico.
Nel 1974 tornò a Parigi e, dopo avere ricevuto significativi riconoscimenti nel campo della scultura,decise di dedicarsi esclusivamente a questa. Trascorse lunghi periodi a New York e in Grecia toccando così i due estremi della modernità e della classicità. Nel 1979 giunse a Pietrasanta in Toscana - il paradiso per gli scultori. Qui scoprì che il marmo, la terracotta e il bronzo erano i suoi materiali e decise, nel 1983, di aprire uno studio dividendo la sua vita tra l’Italia e la Francia. Le sue sculture sono state esposte in numerose occasioni in Europa e negli Stati Uniti: la mostra all’Accademy of Art di New York nel 1989 ne ha sancito il successo internazionale.
E’ quindi la classicità il referente principale di Mitoraj – che non disdegna di guardare anche alle culture dell’estremo oriente - un mito forse tramontato ma non finito, un richiamo costante per la civiltà occidentale, un indissolubile componente del nostro Dna, un elemento che anche il più sfrenato modernismo tecnologico non riesce a sradicare completamente. Non si tratta di un "rinascimento" o di uno dei vari ritorni al passato: guai a parlare di classicismo all'artista che ha espresso giudizi decisamente negativi sul principe del neoclassicismo, Antonio Canova! La sua lettura della tradizione classica non vuole esaltare (la sola rappresentazione dei modelli greci si auto-esalta) né adattare o rimodellare, ma vuole rappresentare per frammenti il tempo che è passato su queste sculture, così come frammentate ci sono giunte a rappresentare gli archetipi dell’antichità.
"Forse la frattura allude al mistero dell’antico che si manifesta a noi per frammenti, per allusioni, per evocazioni come i riflessi di un'Atlantide scomparsa". Così Antonio Paolucci nel catalogo della mostra cerca di spiegare il fascino che emanano queste opere. Probabilmente la scultura classica ha facile presa sul pubblico contemporaneo oramai smarrito nella babele di linguaggi, informazioni e mode di oggi, cui può risultare confortante anche la frantumata rappresentazione di Mitoraj. L’interpretazione, o più precisamente la rilettura che troviamo nelle sue sculture, può dare talvolta l’impressione di una scoperta archeologica. Ma non è un'operazione nostalgica né tanto meno ironica: sembra un intervento chirurgico, o meglio, un'autopsia, per isolare gli elementi di maggior rilievo. Non cerca di dare una risposta, anzi: ponendo lo spettatore in uno stato d’animo di sospesa attenzione fa sorgere invece interrogativi…. Consolato Paolo Latella caffeeuropa

 Igor Mitoraj si è spento il 6 ottobre di quest’anno all'età di 70 anni in un ospedale di Parigi, dove lo scultore si era trasferito nel 1968. Particolarmente legato all'Italia, nel 1983 aveva aperto uno studio a Pietrasanta (provincia di Lucca), che aveva abbellito con numerose opere. Era in programma il suo ritorno a Pietrasanta con una mostra, la cui inaugurazione avrebbe dovuto essere nel febbraio 2015. Mitoraj nasce in Germania nel 1944, da madre polacca e padre francese. I genitori si erano conosciuti in circostanze tragiche durante la seconda Guerra Mondiale: la madre era stata deportata e costretta ai lavori forzati mentre il padre era prigioniero di guerra. Liberata, la donna decide di tornare a casa con il figlio: in fuga a piedi dalla Germania verso la Polonia, sopravvivono al bombardamento di Dresda. Ad accoglierli in Polonia, il regime comunista.
 
Ma Mitoraj riesce a coltivare le sue passioni nonostante la dura etica socialista. Si iscrive all'accademia di Belle Arti di Cracovia, sotto la guida di Tadeusz Kantor, che gli fa conoscere gli artisti contemporanei: Warhol, Liechtestein, Merz, Klein. Nel 1968, su consiglio di Kantor, lascia la Polonia per trasferirsi a Parigi, dove studia alla Scuola Normale Superiore di Belle Arti.
 
Attratto dalle culture sudamericane e dalla scultura atzeca, nel 1970 trascorre un anno in Messico e abbandona definitivamente la pittura per dedicarsi alla scultura. Di ritorno a Parigi, tiene la sua prima esposizione personale presso la rinomata Galleria La Hune. Apre un suo studio dove lavora il bronzo e la terracotta. Compie numerosi viaggi in Grecia, dove studia l'arte statuaria classica. Il suo immaginario ne verrà definitivamente affetto.
 
Nel 1979 è per la prima volta a Pietrasanta, cittadina non lontana dalle cave di Carrara: scopre il marmo. Dagli artigiani locali apprende la tecnica e i segreti della lavorazione. Quattro anni dopo apre un suo studio a Pietrasanta, città cui dona diverse opere. Espone alla Biennale di Venezia, a Milano e a New York.
 
Il suo successo è ormai affermato: sempre più metropoli richiedono le sue sculture per i loro spazi pubblici. In Italia, fra le sue opere sono a Milano la Fontana del centauro e l'Hommage à De Sabata alla Scala; a Roma nel 2005 vengono inaugurati i portali bronzei della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri; ad Agrigento, la Valle di Templi accoglie le sue opere monumentali. E' il primo artista contemporaneo ad essere accolto dal sito archeologico.

























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