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martedì 22 aprile 2014

ZALMAÏ AHAD | PHOTOGRAPHER

Born in Kabul, Afghanistan, Zalmaï left the country after the Soviet invasion in 1980. He traveled to Lausanne, Switzerland, where he became a Swiss citizen. Following his passion for Photography, which he discovered very early in life,  Zalmaï pursued combined studies at both the School of Photography of Lausanne and at the Professional Photography Training Center of Yverdon. In 1989, he began to work as a freelance photographer, traveling around the world from Indonesia to Egypt, from Cuba to the Central African Republic, and eventually returned to Afghanistan, where he continues documenting the ongoing war and plight of the Afghan people.
Zalmaï has spent most of his life between Europe, the United States and Asia. His work has been published in several magazines and newspapers, including the New York Times Magazine, Time Magazine, Le Temps, Newsweek, and La Repubblica, while he has worked for a number of International Organizations and NGOs, including Human Rights Watch, International Committee of the Red Cross, UN Office On Drug and Crime, and the UN Refugee Agency. He has exhibited around the world at museums, galleries, universities and cultural centers and his work has earned him several international awards, the latest being the Visa D'Or from the Visa Pour l'Image International Photojournalism Festival and a grant by Getty Images.


Né à Kaboul, capitale de l’Afghanistan, Zalmaï Ahad est contraint de quitter son pays en 1980, à l’âge de 15 ans, pour fuir l’invasion soviétique. Il gagne Peshawar, au Pakistan, première étape de son exil, avant d’atteindre Lausanne, en Suisse, où il obtient le statut de réfugié, puis en 1994 la citoyenneté suisse. Grâce à sa passion pour la photographie, il parvient à intégrer l’Ecole cantonale d’art de Lausanne (section photographie) et le Centre d’enseignement de la photographie professionnelle d’Yverdon.
En 1989, il commence à travailler en freelance et voyage autour du monde, s’intéresse au Tibet, aux réfugiés soudanais, à la Révolution cubaine et au sort des pygmées d’Afrique centrale après la déforestation de leurs zones d’habitation. Son œuvre est publiée dans plusieurs revues et quotidiens, tels que le New York Times Magazine, Time Magazine, Le Temps (Suisse), Newsweek, Vanity Fair, La Repubblica (Italie), ainsi que les publications du Comité International de la Croix Rouge (CICR), de Human Rights Watch et le magazine Réfugiés, une publication trimestrielle de l’UNHCR. Sa première monographie, Eclipse (Umbrage, 2002) traite du thème de l’exil et des conséquences du déracinement, de Cuba à l’Inde, du Mali aux Philippines, de l’Indonésie à l’Egypte.
L’originalité et la singulière force de son travail de photographe lui ont valu de nombreux prix nationaux et internationaux dont le World Press Joop Swart Master Class. Zalmaï est membre de l’Association Focale, un groupement de photographes basé à Nyon, en Suisse. Il vit et travaille actuellement entre New York, Kaboul et Genève.
Adepte habituel de la photographie en noir et blanc, Zalmaï explique dans « Retour, Afghanistan » pourquoi il a choisi la couleur pour ce projet: «J’ai senti que l’espoir était enfin au rendez-vous, que les couleurs étaient de retour et qu’elles seraient celles d’un Afghanistan enfin en paix. Et j’ai voulu aller à la rencontre de cet espoir, en introduisant, pour la première fois, ces couleurs dans mes photographies.»
A travers l’exposition et le livre « Retour, Afghanistan », Zalmaï rappelle au monde entier la détresse et le courage de millions de rapatriés et les besoins immenses de tout un peuple qui, à peine relevé de ses blessures, essaye de remettre son pays sur pied. Zalmaï dit : «Mon projet tente de capter la détermination et le courage d’un peuple qui a rarement connu la paix, son optimisme envers et contre tout et son extrême inquiétude de voir le pays retomber dans un cauchemar auquel il essaye encore aujourd’hui d’échapper.»

























All images © ZALMAÏ AHAD

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domenica 14 febbraio 2010

PROFUGHI INVISIBILI

Il fotografo svizzero Zalmaï rivive la propria esperienza di rifugiato afghano.

La collezione «Una battaglia per i diritti» custodisce i ritratti di alcuni profughi della Colombia, della Malaysia e del Sudafrica. Persone che spesso vengono ignorate perfino dai loro vicini di casa. Oggi, più della metà dei rifugiati vive negli insediamenti urbani.

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· Questo neonato di appena una settimana è il prezzo che la 17enne Tsitsi Makwiyana ha dovuto pagare per fuggire dallo Zimbabwe. La giovane è stata violentata proprio dall’autista che l’ha aiutata a scappare dal suo paese ed è rimasta incinta. «Ora devo pensare al mio bambino», racconta Tsitsi Makwiyana rifugiatasi a Makhado, in Sudafrica.

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· Un centinaio di richiedenti l’asilo dello Zimbabwe sono stati scacciati da questo magazzino abbandonato – senza elettricità, fognature né acqua corrente – perché sospettati di ospitare dei criminali. Nessuna alternativa è stata loro offerta.

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· Tra le rovine di un supermercato sudafricano – un tempo redditizio – due fratelli etiopi Wandefraw e Chernet Legesse ricordano l’orrore che hanno vissuto durante la violenza xenofoba che ha colpito il paese nel maggio del 2008.

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· Malata e senza lavoro, Elodi Kajuru Cizungu ha trovato rifugio a Johannesburg, dopo essere fuggita dalla Repubblica democratica del Congo nel 2008. Teme per il suo futuro e quello dei suoi quattro figli.

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· Un rifugiato dello Zimbabwe accampato a Makhado, in provincia di Limpopo, con tutti i suoi averi. Durante il giorno cerca di guadagnare qualche soldo per riuscire a sopravvivere e la notte è spesso costretto a dormire all'aperto.

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· Un gruppo di richiedenti l’asilo dello Zimbabwe si ritrova a pranzare in un parco di Makhado, in Sudafrica. Si tratta probabilmente dell’unico pasto della giornata, distribuito dalla mensa «Helping Hands Sud Africa», e offerto dai negozianti locali.

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· «Amavo il mio paese e volevo restare, ma il mio paese non mi voleva», racconta Joshua Bokombe, un rifugiato della Repubblica democratica del Congo, il cui negozio di elettricista è stato distrutto durante la guerra. La cosa più difficile da accettare per un uomo in esilio, spiega Bokombe, è di non poter più mandare i propri figli a scuola.

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· La prima volta che Henry ha messo piede fuori dalla sua regione d’origine è stato a 44 anni, dopo essersi rifugiato a Soacha – a sud di Bogotà – per sfuggire alle violenze. Suo fratello maggiore, in esilio prima di lui, lo ha aiutato a trovare un lavoro nel riciclaggio della spazzatura.

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· La fuga dalla città natale di El Salado, nove anni fa, non ha posto fine alle sofferenze di Yenisen. Un anno dopo la serie di omicidi, uno dei suoi fratelli – che era riuscito a rifugiarsi in un’altra città – è stato assassinato. A quanto pare, a denunciarlo sarebbe stato un collega di lavoro, amico dei paramilitari.

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· Due bambini giocano davanti alla Eliécer Barons Haus a Cartagena. La comunità locale ha promosso la costruzione di una scuola per i giovani in esilio.

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· Il 13enne Jair e suo zio Gerardo si riposano davanti alla loro baracca, vicino a una scogliera. Alcune notti, in questo piccolo rifugio a tre letti trovano posto fino a sei persone.

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· Argemiro percorre le strade di Cartagena per ore ed ore, cercando di vendere almeno una delle sue scope fatte a mano. Per molti colombiani è più facile sfamare le famiglie lavorando nelle campagne piuttosto che in città.

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· A Soacha, alla periferia di Bogotà, Wilson Vega insegna a suo figlio di 13 anni Jair come scrivere una lettera al computer. Per i rifugiati all’interno della Colombia, conoscere qualche nozione di informatica può essere decisivo per trovare un lavoro.

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· «Nel mio paese non c’è futuro né per me né per la mia famiglia. Non ho altra scelta, se non la fuga», racconta questo uomo, che appartiene al popolo Chin. Suo figlio non dipinge altro che mitragliatrici, l’unica cosa che riesce a ricordare del proprio paese.

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· «Vorrei davvero morire; in realtà è come se fossi già morto», racconta questo 18enne afghano, rifugiatosi a Selangor, in Malaysia. Non è facile per il giovane accettare che la madre debba provvedere per tutta la famiglia e che non possa garantirgli il diritto di proseguire gli studi. «Voglio chiederti una cosa: credi che io sia ancora vivo?».

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· «Dipendo dalle mie due figlie di 5 e 7 anni. Devono aiutarmi a prepare da mangiare e portarmi le medicine», spiega questo giovane sieropositivo. «Eppure dovrei essere io a prendermi cura di loro... ».

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· «Siamo bloccati in questo edificio, senza un altro posto dove andare. Ci sono così tanti bambini e continuano a piangere», si lamenta questo padre somalo, mentre tenta di bloccare il figlio che sta cercando di uscire. «Vorrebbero giocare all'esterno, ma non è sicuro. Ci sono troppi uomini strani. È meglio se restano in casa».

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· Non importa se la scuola gestita dalla comunità locale non è che una stanza spoglia. Per questi bambini si tratta pur sempre di un sogno: poter soddisfare la loro sete di conoscenza. «Da grande voglio fare la maestra», dice questa giovane Chin. «Voglio insegnare agli altri bambini a leggere e a scrivere. Mi piace la scuola».

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· Nei campi agricoli degli altopiani malaysiani, questi giovani rifugiati Chin guadagnano solo 5 dollari al giorno. Frustrati e disoccupati a Kuala Lumpur si aggrappano ai loro sogni: «Voglio tornare a scuola e vedere la mia famiglia», racconta uno di loro. «Questo è il mio obiettivo per il 2010».

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· «Non possiamo vivere da soli, nessuno riuscirebbe a cavarsela. Dividiamo il denaro, condividiamo il cibo, ci aiutiamo l'un altro». In questo alloggio vivono fino a 50 profughi sotto lo stesso tetto. Chi può, cerca di guadagnare qualche soldo e di sostenere così l'intera comunità.

Fonte
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